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mercoledì, gennaio 16, 2013

Nomi comuni di persona

Io non sono una blogger. Non solo perché quello che scrivo non ha il seguito che hanno i blog, quelli veri, moda, cucina, viaggi o politica. 

Non sono una blogger perché non tratto di un solo argomento, ne' scrivo di un tema caldo prima di tutti, non sono una trendsetter o profonda conoscitrice della storia ne' dell' attualità. 

Io scrivo, scrivo su internet ed ho un sito in rete. Non ci deve per forza essere un etichetta per tutto in questo mondo, sebbene le università inventino corsi di laurea su qualsiasi cosa il cui conseguimento ne garantisce un "titolo", in molti casi e' solo etichetta da cucirsi addosso, come quelle che hanno i vestiti, quelli "di marca", un nome comune a cui appartenere. 

Non sono una blogger, utilizzo pochissimo il mio titolo di laurea e, quanto alle etichette, preferisco farmi convincere da quello a cui sono cucite.

L'urgenza dell' informazione giornalistica mi mette ansia, molti settori come la moda e il design mi annoiano subito, ed altri come la letteratura, la storia e l'arte sono fuori dalla mia portata, troppo sarebbe da sapere per esserne portavoci, la politica e la filosofia sono un po' come la fisica e la matematica, mi affascinano, ma poi come provo a capirle, mi danno le vertigini.

Non sono una blogger. Io scrivo. Scrivo per me, per urgenza, per la mia sanità fisica e mentale, scrivo per piacere e molto piu' spesso per rabbia, scrivo per inquietudine. 

Questo fa di me una NON blogger, NON giornalista, e non aver mai scritto un romanzo o un libro fa di me una NON scrittrice. 
Pero' scrivo.

Ho sempre amato di piu' i verbi che i nomi comuni di persona. Io faccio; e spero che mai un nome comune di persona possa definire quello che sono.



Love, V.

  


giovedì, gennaio 03, 2013

L' Eleganza della Campagna

"Il viaggio e' un sentimento non soltanto un fatto" diceva Mario Soldati; 

voglio raccontarvi qui di un viaggio breve, breve e corto tanto che i piu' chiamerebbero una vacanza, ma che viaggio e' stato.

Partiti dalle Marche con destinazione la Toscana, avremmo dovuto attraversare in orizzontale l'Italia, percorrere cioe' quelle strade perlopiù interne a piccoli paesi di bassa montagna. Ora, c'e' una questione che sta molto a cuore ai miei corregionali e che io mi sono trovata ad indagare per pura forza dei fatti: -la Toscana e' sopravvalutata e le Marche sono detentrici del titolo il paesaggio rurale piu' bello d'Italia- abbiamo le colline, il clima e' pressoché lo stesso, i venti sono quelli del mare a due passi, ed il sole conta non solo la stessa distanza ma anche la stessa durata.. Dovrebbe essere di immediata intuizione che una delle due regioni vale l'altra, se poi ad est i prezzi del mercato immobiliare sono piu' bassi, allora abbiamo una vincitrice, che non e' la Toscana , perche' e quindi, sopravvalutata.

E invece NO, invece io ho visto che NO! Il perche' e' facile: nonostante sulla carta abbiano le stesse caratteristiche "fisiche" secondo me la Toscana e' piu' bella delle Marche. 
Mies Van Der Rohe diceva che "Dio e' nei dettagli" ed io e' nei dettagli curati dagli uomini che ho trovato una chiara risposta al quesito in questione.
Non so quando, come e perche' gli abitanti del' centro-ovest Italia hanno iniziato ad avere piu' gusto degli abitanti del centro-est; fatto sta che gli interventi dell'uomo presenti in Toscana sul dettaglio (in piccola e grande scala), hanno ai miei occhi, costituito sul piano paesaggistico, urbanistico, architettonico e d'interni un'eleganza rurale senza pari. 

E' sulla qualificazione paesaggistica che voglio concentrare la mia riflessione, non che non abbia incontrato spunti osservando l'urbanistica e l'architettura, per non parlare del design d'interni che mi ha fatto scoprire la progettazione contemporanea piccolissima al cospetto della grandezza dei maestri del passato; ma di regioni si parla e di terre voglio discutere.

Fortissimamente, (mi passi il termine Egr.Sig. Alfieri), connotata di una italianita' profonda e squisita, complessa ma di immediata comprensione, rappresentativa della nostra terra naturalmente bella insieme col nostro buongusto frutto di cultura estetica e permeato di rimandi storici ai tempi delle signorie feudali e dei nobili feudatari, la Toscana subito dimostra le fattezze e da il benvenuto con un grosso sorriso d'amor cortese in Italia. L'Italia raccontata nelle poesie del Petrarca, dipinta negli affreschi di Giotto, che ha dato i natali a Leonardo Da Vinci ed ha ispirato centinaia di persone ad eccellere nei propri talenti. L'eco del Rinascimento aleggia ancora fra queste colline, il culto del bello, dell Umanesimo, delle Belle Lettere, delle grandi opere architettoniche che avevano il marmo come rivestimento murale a tutt'altezza, dei modi gentili, del culto della donna, dimostra come la grandezza dell'Italia e' ancora viva, visibile ed innegabile li, ad occhi che vogliono guardare. 

(devo assolutamente finire quegli esami che mi mancano al corso di Lettere e Filosofia, mi batte il cuore al ricordo delle letture degli scritti quegli anni, le opere letterarie e filosofiche, l'arte e i progressi scientifici.. dopo devo andare a sbirciare il sito dell'universita')

Dicevamo, dalle Marche alla Toscana, dopo un paio di centinaia di km da casa la composizione paesaggistica fuori dal finestrino della nostra auto e' cambiata, non essenzialmente,(ripeto colline c'erano e colline abbiamo incontrato, la temperatura e' rimasta la stessa ed il tiepido sole di fine Dicembre ci ha accompagnato per tutto il tragitto), ma nel dettaglio: la progettazione di esse, le dimensioni degli spazi di coltivazione ed il loro armonico divenire di colori e alture e' radicalmente diverso; un' attenzione alla struttura compositiva del paesaggio naturalistico sconosciuta ai contadini dell'est.
Mi spiego: li, i grandi spazi coltivati non cambiano aspetto dopo poche centinaia di metri, come qui nelle Marche dove ogni contadino coltiva il suo fazzoletto di terra con culture diverse dal suo vicino, e gli spazi adiacenti alle case di campagna hanno le fattezze di una rimessa agricola che male nasconde le grandi fatiche della vita di campagna, in Toscana no, li ogni coltivazione mantiene intatte le fattezze ed i colori delle colline per centinaia e centinaia di metri, piu' che fazzoletti di terra li si ha l'idea di uno di quei drappi di seta che usavano vestire le spalle e l'intera figura dei Signori di una volta, così come la seta si adagia e prende la forma sincera ed onesta di cio' che veste, cosi le colline appaiono vestite anch'esse da un drappo setoso vastissimo verde qualora giallo, leggero adagiato sulla loro superficie; ed anche la piu' operosa e semplice delle case di campagna (che ho visto) mantiene un decoro signorile, quasi aristocratico grazie ad alti ed atemporali alberi di cipresso che costeggiano disegnandone la geometria lungo tutto il perimetro del casolare e nascondendo gli attrezzi ed il sudore del contadino; come a dire che nonostante le fatiche, nonostante le mani sporche, la dignita' della vita di campagna ha l'innata eleganza composta della natura. Proprio come una bella donna, una di quelle a cui le rughe conferiscono spessore intellettuale, così il contadino toscano utilizza le coltivazioni in modo da conferire dignita' alla sua campagna.   

Non me ne vogliano i miei corregionali impegnati nella riqualificazione del territorio marchigiano, ma non ci si puo'
investire di un titolo semplicemente proclamandosi tale; la Toscana ha alcune caratteristiche insite nella terra e nella popolazione indigena che perpetrate negli anni, con sapienza e diligenza, gli conferiscono una sostanziale e dettagliata bellezza che le Marche non hanno. (A meno che un piano regolatore non decida di cambiare le norme)

Io NON sono un' osservatore obbiettivo, attento si, ma come ho annunciato nell'incipit il viaggio per me e'sentimento, quindi so gia' di non essere arrivata alla mia conclusione con raziocinio e sufficienza di elementi d'analisi. Detto questo (che era dovuto considerando cio' che sto per scrivere) concedetemi una mia personalissima chiusa:

Dopo tre giorni immersa nella campagna Toscana mi e' venuta voglia di ricominciare a studiare le Lettere, la Filosofia, l'Arte e la Storia italiana, di solito invece dopo mezza giornata in campagna qui nelle Marche, piu' che altro ho voglia di farmi una doccia.











il mio soggiorno e' stato perfetto grazie anche allo splendido Hotelito Lupaia che non solo gode di indescrivibile bellezza naturale propria della campagna Toscana ma anche di sapiente progettazione e valorizzazione architettonica curata dall'architetto Maurizio Cestola, gestita con professionalita' e capacita' dal direttore e riempita di grazia e gentilezza dallo chef e la sua compagna maestri dell'accoglienza e del buon sapore. 
http://www.lupaia.it/agriturismo-montepulciano.html

Una grattatina sulla testa a Spugna.     



Love, V.











giovedì, novembre 22, 2012

Il thanksgiving e l'importanza della pasta al pomodoro.

Thanksgiving is today, una festa di spirito patriottico/religioso che vede decine di milioni di animali, in questo caso tacchini, uccisi in nome della buona sorte dopo un periodo difficile (e io aggiungerei simbolo dell'ingordigia americana nel celebrare). 
La riflessione di questo post non vuole essere comunque, sull'urgenza del vegetarianismo come necessita' per la salvaguardia del pianeta e di chi lo abita, ma piu' "semplicemente" stamattina riflettevo su: In America dopo una situazione triste e difficile, stigmatizzano il dolore e superano un momento di paura ed incertezza festeggiando, mangiando, bevendo e ridendo, thanksgiving, halloween, (la fine della campagna elettorale), un funerale.. 

- che festeggiare, antitesi di compiangere, sia il segreto per ricominciare ? - 

allora, vediamo voglio scrivere un personale riassunto del significato di questa festa che avviene ogni quarto giovedi di Novembre in America.

il ringraziamento venne indotto nel 1621 dopo che i padri pellegrini lasciarono l'Inghilterra perche' oppressi dall' assoluto integralismo britannico di quegli anni ed affrontarono un lungo viaggio verso l'Atlantico. In molti durante questo si ammalarono e morirono sulle navi,; non solo, i pochi semi importati vennero piantati in terreni aridi che non produssero frutti. Cosi' i nativi americani che conoscevano quelle terre meglio di chiunque altro perche' erano le Loro terre, impietositi dalla cattiva sorte dei nuovi arrivati, un giorno belli come il sole si avvicinarono a quei poveri inglesi a cui le ultime fatiche avevano lasciato segni di visibile dolore, (mi immagino gli inglesi sporchi e spossati con abiti dai tessuti pregiati ormai logori ed il colorito rosa maiale ormai sporco e impallidito smagriti di fronte agli indios alti e fieri con i loro corpi da stalloni pressoché nudi o coperti di piume e qualche braccialetto dal significato spirituale sulle loro braccia dal sex appeal piu' che terreno), che accettano consigli dagli indigeni su come piantare il seme usurpatore sulla loro terra. L'orgoglio inglese non poteva essere sconfitto in belta' e saggezza da quei trogloditi che avevano dimostrato non solo prestanza fisica ed abilita' agronome ma anche magnanimita' d'animo. 
Insomma i britannici avevano scoperto di essere di fronte ad una razza superiore, cosi per ristabilire l'ordine gerarchico, una volta avuto anche lo smacco morale che la tecnica indigena sulla terra dava frutti eccome! indissero una festa secondo cui i padroni forti solo della loro astuzia(Inghilterra) avrebbero offerto doni cibari ai piu' poveri(America) cosicché loro, ringraziando "dio" per il raccolto, passavano per generosi conquistatori che offrivano e condividevano i propri averi (il frutto del seme inglese coltivato in terra Americana grazie all'aiuto degli americani ai piu' poveri, che pensate un po'.. erano propriogli indigeni! Mah...)

comunque dicevamo, indire celebrazioni festose per scacciare la preoccupazione e l'incertezza come rimedio e augurio di ripresa. Sfruttare quindi i futti di un territorio e le capacita di un popolo per la ripresa economico/sociale di una civilta'. 

Che sia questo che l'Italia deve fare per uscire da questo momento in cui l'opinione pubblica internazionale ci vede come dei piccoli maiali sporchi e poveri? Se dovessimo noi italiani stare all'algoritmo americano i passi da seguire dovrebbero essere questi: trova un punto di forza, definiscilo in tuo potere e di assoluto bisogno universale e innalzati a vincitore. Da noi cosa potrebbe essere il punto di forza come per gli inglesi fu l'astuzia? Penso a quello che una volta ho sentito dire al sig. Renzo Piano - noi in Italia abbiamo due grandi tesori: il sole ed il vento - che oltre a far girare le pale eoliche, dico io (tra l'altro pochissime sul territorio italiano rispetto a quelle che conta in America anche solo la California)sono fondamentali per la semina, la coltivazione ed il raccolto. Quindi se per esempio, dovessimo noi oggi proclamarci vittoriosi, dopo questo periodo di crisi ed indire un thanksgiving day festeggiando patriotticamente la gratitudine(augurandocela questa vittoria su esempio degli inglesi che ancora sporchi e stanchi si eressero a magnanimi padroni generosi) dovremmo iniziare col mettere in tavola proprio cio' di cui siamo grati, il nostro raccolto offertoci da un clima propizio ed un vento strategico.

vediamo: sole + vento = cereali e verdure + un pizzico di patriottismo e tradizione, in Italia il risultato all'algoritmo dovrebbe essere: pasta al pomodoro! 

Che dovessimo noi, puntare proprio sulla forza della pasta al pomodoro invece che compiangere le nostre disgrazie per erigerci ed alla fine uscire vittoriosi dalla nostra depressione attuale sull'orma dei padri pellegrini nel 1621?

Che sia proprio la pasta al pomodoro cio' di cui ha bisogno l'Italia per ricominciare a sorridere?







giovedì, ottobre 25, 2012

Stella, le matrone e i cavernicoli.

Figlia di Paul, Stella McCartney e' inglese. 
Quello che mi interessa delle sue collezioni, e' che ogni capo e' animal cruelty free! Big deal per il fashion world. 
Penso alla bottana siciliana anacronistica di dolce e gabbana, o all'androgeno pezzo di legno di Jil Sander fino alle sculture avantgarde che tanto mi piacciono ma che sono decisamente overprized di Azzedine Alaia, la moda e'un passo indietro rispetto alle altre arti e mestieri contemporanei penso ad esempio all'architettura, che sta diventando sempre piu' propensa all'obbligo dell' ecosostenibilita', o il design che inneggia al riciclo e strizza l'occhio al futuro che ci vedra' a breve a corto d'acqua, ma anche l'agricoltura, si persino i contadini sembrano essere piu' attenti ed evoluti dei signori della moda in materia di ambientalismo e sensibilita' verso il nostro mondo e chi con noi lo abita. 
La moda no, i suoi protagonisti,se ne fregano se il mondo sta andando da un'altra parte, loro continuano con i processi chimici per trattare il loro pregiatissimo pellame o far scuoiare gli animali per impellicciare chi ha gia' la propria pelle coperta di cachemire, infondo nel 2012 ci sono ancora le matrone che spendono per acquistare un capo che le aiuta a dimostrare la loro posizione sociale, perche' il giardino verticale in casa o i vetri equipaggiati con innovativi sistemi fotovoltaici, sono trendy, i loro scaffali magari sono pieni di cibo bio, e acquistano il green design, perche' e' il futuro, ma a cambiare le proprie abitudini vestiarie no, non ci pensano, infondo perche' mettere in discussione quello che la moda detta come trend?

Stella invece no, lei da anni utilizza in maniera ecosostenibile le trasformazioni del poliuretano per creare borse, scarpe e abiti in pelle di alta moda. 

Ora, a chi e' venuto in mente -va be' ma allora ci prende in giro, ci fa pagare la pelle finta come se fosse vera- ricordo che: per i cavernicoli coprirsi delle proprie prede era sinonimo di potere e benestare perche' uccidevano gli animali con le loro mani dopo ore di caccia, li mangiavano non scartando quello che rimaneva attaccato alle ossa ne' le parti grasse e, solo dopo averne utilizzato il 100%, si mettevano sulle spalle come trofeo di abilita' e pancia piena le loro pellicce; allora si, che coprirsi del pelo dell'animale aveva un prezzo altissimo giustificato dal processo di uccisione e il conseguente sacrificio atto alla perpetrazione di una specie piu' evoluta su un'altra. Ad oggi, comprarle con il solo sforzo del portafogli non solo non giustifica ne' dimostra nessuna abilita' o coraggio facendo cosi' cadere l'idea di potere e prestigio sociale che ne conseguiva allora indossandolo; inoltre ci si copre di animali la cui vita, e morte sono valse molto ma molto meno del prezzo di un piccolo polimero quale il poliuretano.







Io sono diventata vegetariana da un anno ora, e non compro pelle o pellicce since then. Vi consiglio a riguardo la lettura di "Se niente importa" di Jonathan Safran Foer.

love 
V.



    

lunedì, ottobre 22, 2012

Sempre ad Ottobre sempre su Londra

Ottobre, notte insonne, tempo per scrivere.
Oggi ho letto un articolo, in un giornale di grande tiratura worldwide, un articolo come tanti, in cui il giornalista vive all'estero e dispensa consigli su come prepararsi all'esperienza dell' emigrazione.
Difficile celare la mia posizione a riguardo,viaggiate gente viaggiate, trasferitevi e se potete rimaneteci! 
Ho trovato, pero' di fatto l'articolo pieno di luoghi comuni e di qualunquismo tanto da domandarmi se lo scrittore stesse raccogliendo info su uno di quei vili siti dove qualsiasi bradipo pantofolaio puo' vestire i panni di un avventuroso reporter del national geographic; o se davvero aveva mai vissuto in quella citta' che, guarda un po', era proprio la "mia" Londra.
L'articolo si configurava e definiva dallo stesso giornalista un "test d'ingresso" per tutti i probabili cittadini british to be. ______(questo segno dovreste leggerlo come il suono del pulsante dei giochi televisivi che segnala la risposta sbagliata) dicevamo _______wrooong!! : You can not, or MUST not mettere un test d'ingresso sulla piu' aperta e libera citta' del mondo. Londra e' sorprendente, sconvolgente, piena di contraddizioni, imprevedibile. Il test d'ingresso dovrebbe essere -respiri?-si.-benvenuto a Londra, ora veditela tu con la citta'.

Vi elenco i 3 segretissimi e brillanti consigli che dava la visionaria giornalista nel suo prezioso e originalissimo manuale di navigata viaggiatrice, pioniera di nuove scoperte su sconosciute culture:
1 imparate a reggere l'alcol della birra
2 rassegnatevi alla moquette e al freddo
3 a londra non si usa il bidet.

Quali impensabili segreti a noi poveri uomini, essa rivela di una terra tanto lontana dagli usi e i costumi bizzarri e nefasti che i celti iniziarono....una decade fa. Ma dai, possibile che vanity fair pubblica un' articolo nell'ottobre 2012 in cui la giornalista dice, attenti Italiani se volete trasferirvi a Londra dovete sapere che si beve birra, fa freddo,in casa c'e' la moquette per terra e in bagno non c'e' il bidet. 

Naturalmente di seguito questo bradipo scrivera' un piccolo capitolo della propria -London lonely planet guide-. Io (bradipissima pantofolaia) a chi volesse trasferirsi a Londra Direi di mantenersi aperti ma allo stesso tempo rigorosi, calzante esempio e' quello della lingua, bisognera' infatti esercitare l'orecchio ad imparare a capire l'inglese universale, quello parlato con tutti gli accenti di tutte le lingue del mondo, di riuscire pero',con i tassisti(una delle poche testimonianze piu' popolose delle tribu' celtiche ancora in vita insieme a pochi altri inglesi presenti nella capitale), a parlare un inglese quanto piu' british possibile altrimenti si rischia di non essere capiti. 
Direi di non guardare mai per terra ma di godersi lo spettacolo dei grattacieli di Bank e di Canary Warf, i palazzi bianchissimi con le ringhiere nere e il verde curatissimo di West London,e le case di mattoni rossi che danno sul Tamigi dei vecchi docks a Wapping, direi che il tower bridge visto col naso all'insù da le vertigini. 
Direi di non salire mai sulla ruota di London eye, Londra si vive per strada, sempre. 
Direi che non e' vero che per viverci devi essere ricco ma che se possiedi un pizzico di nomadismo e uno stomaco forte puoi essere un perfetto londoners con pochissimi pounds avere sempre un tetto sulla testa, la pancia piena e in piu' ci guadagni un sistema immunitario a prova di flue! 
Direi che uno, alla fine ci fa l'abitudine a non usare il bidet, il mio qui in Italia dopo mesi di inattivita'si e'dovuto reinventare, poverino, e ha trovato nuovo uso: e' una fontana che sgorga a comando acqua potabile sempre fresca e pulita, i miei cani adorano il bidet!
Direi che nonostante io preferisca progettare interni piu' che contemporanei, adoravo la sensazione che mi dava scendere dal letto nelle mattine d'inverno e non avere i brividi che salivano dalla pianta del piede su per la schiena per il pavimento ghiacciato. 
Direi che a Londra si, fa freddo, ma ci sono delle mattine a Maggio o fine Aprile in cui la luce del sole scalda e illumina come mai altrove e i parchi brulicano di giovani, e di rado succede di vedere alla fine della giornata, bottiglie di plastica o tubi di crema solare lasciati fuori dal cestino del riciclo.
Direi di visitare il V&A ogni volta che si ha un momento libero, di fare shopping a Spitafield Market il giovedì, a Portobello Road il sabato e a Columbia Road la domenica. 
Direi di mangiare il fish&chips dalla bancarella sotto al London Bridge, proprio di fianco a Borough Market e di mangiare cinese al 15 Broadwick Street, in Soho. 
Direi di provare le scrambled eggs con la benedict sauce almeno una volta nela vita, e correre da Tower Hill fino alla Tate Modern costeggiando il Tamigi tutti i giorni.
Direi di adottare un cane,e portarlo sempre in giro con se, con un cane Londra acquista un'altra prospettiva.
Direi di vivere al north/west ma di divertirsi ad est passando per il centro solo quando si ha nostalgia di casa, e' li infatti che sempre troverete turisti italiani, che emanano un italianita' talmente forte da riempire fino alla nausea il vuoto della nostalgia tipica dell' emigrato. 
Direi di frequentare tanti amici di tutte le provenienze,Londra garantisce l' opportunita' di conoscere e vedere gli usi e i costumi di decine e decine di altri paesi, molti di piu' di quanto ci e' dato conoscere potendo viaggiare una volta all'anno o forse neanche quella. 
Infine, A chi sta pensando di trasferirsi nella capitale britannica direi soprattutto di pensarci bene, perche' se non sei pronto ad una relazione che durera' tutta la vita, non sei pronto a conoscere Londra. 


lovin' V.














domenica, dicembre 11, 2011

Noi uomini e il nostro mondo

Saro' breve, ma non perche' ho poco da dire.
Dall'ultima volta che ho scritto mi sono imbarcata in una nuova esperienza che e' stata illuminante. Io non sono mai stata capace di trovare parole che mi definiscano e mi sono sempre stupita di come le persone siano brave a trovare aggettivi per definire se stessi, ma una cosa di me ad oggi la so e posso essere sicura nel dirlo: ci sono momenti della vita in cui mi ritrovo fortunatamente brava a reagire e a superare i momenti di crisi. Niente psicoanalisi o esercizi spirituali, no, niente del genere, solo quello che gli inglesi chiamerebbero experiencing life, imparare, cioè, ad aprire gli occhi semplicemente affrontando la vita, le proprie paure e i propri limiti. Questo mi aiuta a dare il giusto peso a ciò' che mi succede e a quello che provo.
Solo pochi giorni fa, lo stage, il fatto di aver lasciato Londra, di essere sola contro tutti e sopratutto contro me stessa in questa scelta, mi sembrava un problema difficile da superare, concentravo i miei umori e le mie energie a definire e connotare questa situazione di crisi. 
Ad oggi posso dire di essere cresciuta, di essere diventata più' forte e saggia. Anche prima ero consapevole che ci sono cose molto più' gravi e certo che il mondo era ben saldo sulla sua asse e la gravita' continuava a spingere verso il centro della terra e non sulle mie spalle, ma io mi sentivo come se mi stesse crollando addosso. Ora no, ora credo che esso gravi sulle spalle di tutti i suoi abitanti, piante, animali ed esseri umani, chi più' chi meno compie lo sforzo quotidiano affinché esso non crolli. E non c'entra la grottesca politica a cui stiamo assistendo o gli sforzi delle associazioni ambientali, animaliste, solidali etc.. no, parlo della capacita' umana (e per umana intendo di tutti gli esseri viventi) di sopravvivere a e con il mondo. 
La vita e' temporanea, così come il dolore e la felicita',come decidiamo di viverla, chi vogliamo essere, e' tutto nelle nostre mani, nella nostra capacita' di vedere il quadro generale e di non farci sopraffare dal peso e dall'incertezza di farcela. Se siamo qui a reggere il mondo, a vivere la nostra vita, e' perché' ne siamo capaci, e' perché fino a quando non moriremo il nostro mondo e tutti gli esseri umani che lo abitano hanno bisogno anche delle nostre spalle su cui gravare per stare tutti in piedi. 


Paradossalmente pero', accade che più ci si prende il peso sulle proprie spalle di coloro i quali, per natura o per altre cause, non riescono a reggere la loro parte di mondo, più questo risulta leggero.


Questo e' quello che ho capito.


love, Valentina.





















martedì, novembre 29, 2011

Luck is an attitude

La fortuna e' un atteggiamento. Bravi ai comunicatori di Martini che oltre a proporre in tv un'advertising non convenzionale, mi hanno fatto ricordare questo statement che tanto mi piace.
In ogni caso, in qualunque situazione, qualsiasi sia il tuo referente, in qualsiasi circostanza, io credo che la buona sorte, la fortuna, l' avere il fato a proprio vantaggio, sia sempre dovuto ad una questione di atteggiamento.
Seppure si abbiano le carte giuste, nonostante ci si impegni ogni giorno a fare del proprio meglio, anche quando si e' una persona integra ed onesta, non basta per essere vincenti, il segreto sta nel crederlo, nel sentirsi sangue vincente scorrere nelle vene, respirare soddisfazione ad ogni pensiero, nel perseguire come obiettivo quello di voler diventare se stessi perché' non c'e' nessun'altra persona a cui dover aspirare. Ci pensa la vita a buttarci giù. La verità' non e' assoluta: ognuno di noi ha opinioni relative alla propria esperienza, al proprio giudizio; quindi faccio in modo di agire su quanto e' in mio controllo: la convinzione che io ho di me, che si proietta poi sul mio atteggiamento, il quale arriva agli altri in maniera diretta quanto più forte e' la mia convinzione. Io credo di fare il mio meglio, vado a dormire la sera ripercorrendo gli eventi della giornata e, si, sono stata "brava", credo di essere onesta e integra, sono convinta di avere le carte per essere vincente nella vita, negli affetti e nel lavoro, e lo dimostro, con umiltà' cerco di dimostrare quanto forti siano le mie convinzioni supportandole con i fatti e la passione, traspirando vittoria da ogni poro. Gli altri, le persone intorno, lo percepiscono tutti allo stesso modo, si, in maniera assolutistica, perché' la mia non e' un'opinione, e' un'atteggiamento. Come loro reagiscono ad esso pero' e' un'altra storia... ma questo e' secondario, non conta.



non mi piace David Gandy, ma mi ha convinto.

love, Valentina.

martedì, novembre 22, 2011

Cronaca di vita di una stagista

Io nella vita voglio scrivere. Dopo un mese di assenza dal mio blog, durante il quale ho, nell'ordine, lasciato l'Inghilterra dove vivevo, trovato il mio primo vero lavoro (che oggi si chiama internship o stage), e una casa nuova che ho ristrutturato, sono giunta ad una conclusione: io voglio scrivere. E' un bisogno, un'urgenza, nonostante i seri e importanti cambiamenti che mi stanno stravolgendo la vita, l'unica vera costante, l'unico vero atto che sento dare senso alla mia vita e'quello della scrittura. Questo non cambierà' mai, non importa in quale continente io viva, quanto bella o grande sia la casa che abito, non importa quanto stimolante e ambizioso sia il mio stage, io ogni giorno penso a cosa sarebbe un buon argomento su cui scrivere, quale riflessione mettere sul mio blog. Ce ne sarebbero decine dopo questo mese incredibile che ho vissuto, il mio epico colloquio, il mio boss straordinario, il mio rientro in Italia, la mia splendida nuova e prima vera casa, la paura di aver smesso di studiare e di aver lasciato la città' per la provincia, la soddisfazione di essere stata scelta e molti altri ancora. Eppure.. io l'unica cosa che sento di dover raccontare e' l'ansia di non avere tempo per scrivere.
Quindi eccomi qui a narrare tutto quanto mi e' accaduto da quando ho lasciato questa interfaccia grafica e quello che sto sto provando in questo inizio sera di fine Novembre dei miei ventisette anni. 
Voglio iniziare come nelle favole: Tutto ebbe inizio... quando la sera del 20 Ottobre dopo un colloquio di 3 ore e mezza quello che sarà' poi diventato il mio boss mi dice, _bene Valentina, ci vediamo domani mattina alle 9, io durante questi sei mesi cercherò' di insegnarti tutto quello che posso_ 
Io incredula e incosciente nel mio tailleur verde bosco di zara, col mio toupe' rame dorato nuovo di tinta dal parrucchiere, ero stata presa in direttissima per ricoprire un ruolo che non era quello per cui ero stata chiamata e intervistata, ma che sembrava essere stato plasmato su misura per me per la mia indole, non sui miei studi o il mio c.v.
Ero tornata da Londra con una valigia 48 ore perché' mai avrei pensato di ottenere il lavoro cominciando dalla mattina seguente, e non avevo pianificato niente, dove avrei dormito nei mesi a seguire, come avrei fatto a vedere la mia famiglia che vive a Londra(il mio ragazzo e i miei cani), per non parlare poi di come avrei fatto senza i miei vestiti e sopratutto le mie scarpe!
Così ho iniziato a prendere la macchina (prestata perché' io non l'ho mai avuta)e guidare 100 km ogni giorno per raggiungere il mio "posto di lavoro". Dopo la prima settimana in cui mi sembrava di vivere nei panni Anne Hataway in nel "il diavolo veste Prada" (solo che io indossavo quelli di mia madre perché' i miei erano a Londra), il mio capo mi ha assegnato un progetto in cui ho messo anima e cuore letteralmente, consisteva nello scrivere i profili caratteriali di 6 personaggi ideati da me. Avete presente quando a Jim Carrey in "una settimana da dio" attraversando l'oceano si aprono le acque sulle note di "I've got the power" ecco io mi sentivo così, niente poteva togliermi la gioia di quel momento, essere stata scelta come scrittrice creativa! Poi pero' la realtà' degli adulti ha fatto capolino sulla nuvoletta vicina al paradiso dove ho vissuto per qualche giorno e mi sono ritrovata seduta dalle 9 alle 6:30 dietro una scrivania che raggiungo solo dopo 40 min. di autostrada all'alba di ogni mia mattina; la paura di avere sbagliato, di star perdendo tempo allontanandomi da tutto quello per cui avevo studiato, viaggiato e fatto sacrifici mi ha fatto vivere momenti di panico. Mi sono vista seduta li fra le tante scrivanie, in una strada con decine di altre aziende con altrettante scrivanie, senza niente da fare (il progetto era stato consegnato) fino al prossimo ordine,io dovevo semplicemente andare a lavoro, che durante quei giorni consisteva nel guardare l'orologio ad ogni cambio di minuto. Intanto a Londra le mostre che avevo pianificato di andare a vedere finivano, le mode iniziate quando ho preso l'aereo erano già' passate, e i ristoranti del momento avevano già' chiuso, i blogger che seguivo avevano postato centinaia di articoli che non avevo fatto in tempo a leggere, e io sognando la cucina thai ogni notte mi barcamenavo fra un'occhiata ai minuti che passavano, l'odore del pranzo cucinato alla svelta la mattina presto (altro che le mie gustosissime ed elaboratissime ricette),il senso di colpa nei confronti dei miei cani (nel frattempo scarrozzati in Italia chiusi da soli in 50 mq dalle 8 alle 20, le merendine del distributore automatico aziendale, l'accento marchigiano, la mia vicina di scrivania appena tornata dal Messico,la spia della macchina che segna sempre riserva carburante, i giramenti di testa e il tremore alle gambe per la stanchezza, e il mio maledettissimo atteggiamento remissivo che non riesco a togliermi perché' penso _sono appena uscita dall'università', ho conseguito una laurea all'estero, non aspetteranno altro che un passo falso per dire "chi si crede di essere quella li"_ sentirsi in colpa per essere quello per cui ho fortunatamente avuto la possibilità' di lottare, no, _ma chi me lo ha fatto fare_  questa non e' la mia vita, proprio no. Per di più' non scrivevo nel mio blog da 2 settimane.Mi e' preso il panico! Poi invece e' arrivato tempestivo il motivo per cui ho accettato tutto questo, il mio boss, il quale malgrado la situazione di reticenza generale nei miei confronti, mi ha assegnato un' altro ambiziosissimo progetto tutto per me in cui mi sono tuffata giorno e notte con tutte le scarpe (mie, perché' nel frattempo il mio angelo aveva fatto in modo di farmi riavere tutto il mio guardaroba) e siamo arrivati a stasera. Ho avuto modo di esternare le mie paure e insofferenze e ho avuto la possibilità' di essere libera da orari fissi e ostacolanti scrivanie che uccidono la mia creatività' e il mio naturale ottimismo e, nonostante lavori al progetto dalla mattina fino a notte fonda, riesco a sentirmi più' vicina a me stessa e sono, adesso, anche riuscita a riappropriarmi di questa abitudine di scrivere nel blog che placa le mie ansie e nutre il mio umore. Vivo alla giornata pero', perché' finita questa parentesi del novo "progettino" come lo chiama lui, il mio posto e' dietro la scrivania, nell'azienda a 50 km da casa, nella via delle decine di aziende con dentro tante scrivanie, nell'entroterra marchigiano, dove centinaia di persone passano la maggior parte delle ore della loro vita talvolta guardando l'orologio, contribuendo ad un progetto più' grande, quello di provvedere alle proprie famiglie o quello di inseguire un'ambizione, un sogno che nel mio caso pero' si ferma dietro quella scrivania e ricomincia di fronte a questa interfaccia grafica.


love, Valentina.



























lunedì, ottobre 17, 2011

An ordinary Blondie's Mind

Che noia l'Italia. La rivoluzione violenta: che palle. Allora, vediamo se ho capito, c'e' la destra che non vedeva l'ora di poter tenere il coltello dalla parte del manico ed essere quella che punta il dito, e ora con le sopracciglia aggrottate, si dichiara scioccata dagli atti di violenza gratuita e dall'immagine della madonnina a pezzi per terra (madonnina dovrei scriverlo con la M??), e che prova profonda compassione per i danni subiti dai romani, si, certo, e' "storica" l' empatia della destra per i più deboli; poi c'e' la sinistra che minimizza, dicendo che e' un peccato, per 4 persone violente, l'intento delle migliaia pacifiche e' andato a farsi fottere, come se avessimo visto solo quattro super cattivi mettere a ferro e fuoco le strade di Roma, poi dicono no, erano stuntmen pagati da Berlusconi per creare casini, perché', guardateli quei 4 in prima fila, sono panciuti! Come a dire che se hai la pancia sicuramente non fai parte di loro, non puoi essere sincero nella lotta per il tuo futuro. Che noiosi che sono. 


Tutti quindi, cercano grottescamente di conquistarsi il merito di Indignati, la sinistra dice siamo indignati, facciamo casino; la destra dice, che casino, siamo indignati! e che palle, noiosi! 


Anche io ho fatto una rivoluzione questa settimana, mi sono fatta bionda, e il mio pensiero ne risente. Qui in Inghilterra bionda si dice Blondie ed oltre che indicare il colore di capelli si usa anche come aggettivo ad indicare stupida, superficiale. Non e' bellissimo? Pensateci un attimo, che ad un colore corrisponda un modo di essere. Semplice ed onesto senso di appartenenza ad un colore che coesiste e collabora con gli altri colori diversi(more, castane, rosse)e proprio la diversità fortifica ognuno nelle proprie caratteristiche. Se la politica fosse così forse avremmo tutti le idee un po' più chiare.


Potrei stare qui a dirvi che io sono per la libertà di pensiero e per la lotta dei propri diritti, che preferirei che rinascita fosse la parola della settimana invece che indignazione, che se ci fosse più cultura e meno gossip dalle parti del governo forse l'Italia potrebbe tornare ad essere quella di Giotto, ma sono bionda adesso e appartenenza e' la mia parola della settimana, quindi non dico nulla e vado a mettermi lo smalto!




love, Valentina.



lunedì, ottobre 10, 2011

Le Volpi di Londra.

La Volpe che non arrivo' all'uva disse che questa era acerba. Qui a Londra ci sono moltissime volpi, le si incontrano per strada, nella notte frugano e distruggono i sacchi di immondizia, può' succedere perfino che una di loro, particolarmente bisognosa, venga a partorire nel giardino di casa tua. Ecco, questa e' una storia sulle volpi, ma non quelle dalla lunga coda pelosa e lo scatto felino, no. Questa e' una storia sulle volpi sociali, sugli individui che invece di darsi da fare per ottenere quello che vogliono, fanno della propria condizione di fallimento uno stato di cui vantarsi, un modus vivendi a cui aspirare e in cui credere.

Voglio fare prima un excursus sui giovani e le trasformazioni generazionali fino ai tempi nostri. 
Dovete sapere che qui a Londra, per i giovani, tutto ruota intorno alla moda e alla musica. E fin qui nulla di strano, fin dall'alba dei tempi moda e musica sono state per i giovani pane e filosofia: negli anni 60 c'erano i moods e i rockers, rispettivamente seguaci dello stile e della musica Beatles e Rolling Stones, negli anni 70 quando si respirava rivoluzione in ogni angolo della città' e campeggiava lo spirito di ribellione col passato, la musica era quella hard rock dei Clash (adoro) e la consacrazione del prisma dei Pink Floyd; poi negli anni '80 con i colori del progressive e la sua omosessualità, Freddie Mercury faceva il tutto esaurito al Wembley Stadium con i suoi baffi alla Castro; dopo arrivarono gli anni 90, ritornammo ad un rock gentile e lo stile british dei fratelli Gallagher  diede vita ad un nuovo genere musicale: il brit-pop; fino ad arrivare ai primi anni del nuovo Millennio quando la gentilezza del rock diventa ancora più melodica, quasi malinconica e i Coldplay diventano paladini di una generazione che canta tristemente di fronte alle tragedie del mondo. 
Da qui fino ai giorni nostri; cosa vi viene in mente pensando alla scena contemporanea dei generi musicali e della moda underground nella capitale inglese? mah.. e se provate a pensare ad una figura di spicco? Amy Winehouse, morta questa estate, che con voce blues e animal soul, dicevano, cantava il jazz-rock degli anni passati ma con testi che parlano di oggi: giovani delusi dalla vita scelgono di distruggersi con la droga. 
Che sia proprio questo il modo in cui la mia generazione sarà' ricordata? che la gentilezza degli Oasis trasformata poi in malinconia con i Coldplay sia oggi sfociata in suicidio con Amy Winehouse? Che"rassegnazione" sia la parola per la mia generazione? 

Naturalmente la moda condivide appieno questa filosofia, infatti la moda da seguire oggi qui per le strade di Londra e' quella che vede come sua icona il povero tossicodipendente o ubriacone che dorme sui cartoni con i vestiti strappati. Dico sul serio, qui oggi più sembri povero e disgraziato più sei cool, sei di moda. E cos'altro significa questo se non rassegnazione? l' homeless (lett. senza casa, fig. il barbone) diventa tale perché' sconfitto dalla vita smette di lottare per una casa, un lavoro e degli amici e conduce una vita di solitudine e rassegnazione dormendo per terra e morendo di freddo, o di overdose, da solo.
E i giovani qui che siano segretamente rampolli di famiglie nobili o ragazzi realmente squattrinati, tutti si ritrovano in mezzo alla strada al freddo del vento d'Inghilterra, a compatirsi a vicenda perché "chi ce l'ha i soldi per entrare in un locale?"; vestiti come straccioni, nel vero senso della parola, con calze, maglie, pantaloni e scarpe strappate, rotte, perché "chi ce li ha i soldi per comprarsi un cappotto nuovo?", vivono in "squat" perché "chi li ha i soldi per pagare un affitto?"nemmeno più la musica e' più simbolo di riscatto, di denuncia, questo trova la sua spiegazione sul fatto che infondo non hanno nulla da denunciare, vogliono solo compatirsi, e poi... la musica?.."e chi ce l'ha i soldi per comprarsi un i-pod?".
I loro leader sono, come di solito succede, quelli che incarnano maggiormente i dettami della comunità i più cool, quindi in questo caso i più poveri e disgraziati (veri o finti).
E poi sono arrabbiati, ma reagiscono con l'intelligenza di un parassita. Si arrabbiano e succedono i Riots, in cui si incendiano a caso cassonetti, negozi o palazzi perché' siamo arrabbiati e ce l'abbiamo coi ricchi, ma non perché vogliamo essere come loro, no, qui rich e' sinonimo di trash (spazzatura)...

Ora, sicuramente la gran parte di ragazzi che assiste e che appartiene a questa cultura parassita del "poor is cool" (povero e' di moda) non si e' soffermata ad analizzare come si e' arrivati a questa moda e cosa essa comporti, e ne fa parte solo perché e' il nuovo trend, ma io si. E non ci sto.
Sono sempre stata un' outsider della mia generazione, pur essendo impopolare io continuo a sentirmi all'antica.
Non mi capacito di come possiamo fare della rassegnazione un modus vivendi da mostrare con fierezza, le cui regole dettano comportamenti e aspirazioni da sconfitti. Non mi capacito di come a vent'anni si parli del futuro come se non ci rimanesse altro che vivere del sussidio del governo, quindi chi non ha un lavoro non lo cerca, chi ce l'ha si lamenta e magari fa di tutto per farsi licenziare e raggiungere il prestigio sociale di povero disoccupato, chi invece e' ricco lo nasconde sotto abiti di seconda mano e case in affitto fatiscenti in quartieri malfamati, affinché i suoi amici non lo sospettino. Non mi capacito di come poi i loro clan siano più esclusivi e intolleranti dei club dell'aristocrazia nobiliare inglese.

Le loro scelte sono controproducenti i loro sentimenti annoiati e il loro futuro non gli interessa, i loro atteggiamenti mi fanno pensare al criceto che gira dentro la sua ruota, solo senza correre, sono molto più lenti e svogliati.
Con questo non voglio spezzare una lancia a favore di chi crede e vive in nome del Dio Denaro, io non faccio parte neanche di quella parte di giovani che sceglie l'università in base al reddito annuo dei propri laureati. 
Pero' penso che se Amy Winehouse, per esempio, non fosse stata così ostinata nella sua condizione di rassegnazione, se la povera ragazza di Camden infelice invece di elemosinare amicizia nelle sue canzoni, avesse dimostrato un briciolo di intenzione di voler essere aiutata da chi le voleva bene, se invece di vivere come una povera disgraziata in mezzo alle bottiglie vuote di alcol e il vomito sulla moquette avesse usato 800 di quelle migliaia di pound che aveva in banca per concedersi il lusso, così poco cool, di una signora che l'aiutasse con le faccende di casa, magari questa si sarebbe accorta di quanto quella sera Amy stava esagerando, e avrebbe chiamato l'ambulanza prima che fosse stato troppo tardi.. 

E non venitemi a dire che la crisi economica può avallare una giustificazione per una generazione di nullafacenti, perché non può esserci giustificazione alla rassegnazione di un ventenne.
Io, come altri miei coetanei le calze rotte le butto e se non si hanno soldi per comprarsene di nuove, ci si reinventa tirando fuori capacita' necessarie per essere assunti in un qualsiasi lavoro che ci permette non solo di comprarci un nuovo paio di calze, ma magari anche un paio di scarpe nuove. Perché la sete di vita e di passioni non deve mai passare di moda. Penso alle mie amiche commesse o cameriere, lavori che anch'io ho fatto e penso a quanto e' dura la routine e quanto il senso di l'alienazione e la sensazione stasi può' essere difficile da sopportare, meno difficile e' invece, crogiolarsi in una condizione di poveri giovani vittime degli errori delle generazioni precedenti che hanno mandato in frantumi irrimediabilmente questo mondo, evitando così di doversi alzare ogni mattina ed andare a lavoro. Perché state certi che quelle volpi dicono che l'uva e' acerba soltanto perché hanno trovato un altro modo per poter mangiare non dovendo sforzarsi per procurarsi il cibo, perché se fossero veramente digiune, se la mangerebbero eccome quell'uva, anche se acerba.

Io cari londoners che hanno preso parte ai riots e a tutti quelli che la pensano, si atteggiano e si vestono come loro, sull'onda del signor Grillo, vi dico di cuore un sonoro V. e vi dico anche che, oltre che parassiti e stupidi, siete brutti non ve ne rendete conto? Infondo poveri o ricchi, chi vuole deliberatamente essere brutto?




non-love, Valentina.

venerdì, ottobre 07, 2011

Quello che vorrei

Vorrei che gli animali non soffrissero la violenza dell'uomo, vorrei che essi potessero avere gli strumenti per salvaguardarsi da soli, vorrei che potessero parlare e dire la loro, vorrei che non fossero così fedeli e devoti, ma che mostrassero talvolta qualche segno di dissenso, vorrei poterli adottare tutti, e vederli correre in prati che si concimassero con la loro pipi, vorrei che non morissero così presto, vorrei poter avere la certezza del ponte sull'arcobaleno.

Vorrei che gli uomini fossero meno complessi, vorrei che lavorassimo tutti insieme ad un fine comune dando ognuno il proprio contributo, vorrei che usassimo la parola per comunicare e capirci, vorrei che fossimo più' fedeli e devoti, vorrei che tutti avessero bisogno dell'aiuto degli altri, vorrei che tornasse la pace fra noi e la natura, vorrei che non fossimo capaci di ucciderci l'un l'altro, vorrei che morissimo solo dopo avere avuto la certezza che il nostro percorso e' finito.

Vorrei che la nutella non facesse ingrassare, vorrei che la carne che mangiamo non provenisse dagli animali, vorrei che i dolci facessero altrettanto bene della verdura, vorrei che tutto provenisse dagli alberi così da non dover pagare per nutrirci e che gli alberi fossero di più, vorrei fare colazione più volte al giorno, vorrei che il corpo non si ammalasse, vorrei che il lavoro fosse il modo in cui ognuno di noi sceglie di passare gran parte del tempo della propria vita, vorrei che gli abiti più belli si ottenessero comportandosi bene, vorrei che il sesso fosse privo di tabù, vorrei che le religioni non contemplassero il senso di colpa, vorrei che la politica non esistesse, vorrei che i leader fossero tali perché i più saggi fra gli uomini, vorrei che la matematica fosse più semplice e che le favole fossero vere, vorrei che i sogni si realizzassero sempre, vorrei che il teatro fosse più popolare della televisione, vorrei che gli aerei non cadessero mai.

Vorrei che l'ansia non esistesse, vorrei che i giovani fossero più svegli, gli adulti più naif e gli anziani più felici, vorrei che il fuoco non scottasse e il ghiaccio non fosse così duro, vorrei che piovesse sempre con il sole, vorrei che i bambini potessero crescere prescindendo dagli errori degli adulti, vorrei che il buco dell'ozono si chiudesse e che il terremoto ci facesse solo ballare, vorrei che l'arte si diffondesse come il virus di una epidemia nelle nostre coscienze, vorrei che la letteratura ci insegnasse a vivere e la filosofia a comportarci, vorrei che l'ingegneria e l'architettura ci rendessero la vita più semplice ed il design più bella, vorrei che la bontà d'animo fosse proporzionale alla bellezza del corpo e che i fiori vivessero per sempre e fossero più grandi.


love, Valentina.

giovedì, ottobre 06, 2011

Steve Jobs e la Bomba Atomica

Questa e' una riflessione sulla fine di un'epoca, e' un necrologio, si, ma non di Steve Jobs.

Ieri 5 Ottobre e' morto Steve Jobs. Sul web, sulla carta stampata e in tv sono state spese molte parole in ricordo di un uomo che ha cambiato il nostro presente e futuro, le cui geniali intuizioni nel campo della tecnologia e del design, con molta probabilità non diventeranno superate per prossimi venti/trent'anni. Mi viene in mente Enrico Fermi che ha compiuto l'ultima grande scoperta del mondo della fisica moderna, negli anni '30: un atomo di uranio colpito da neutroni può' rompersi sprigionando una enorme quantità di energia, da qui (per farla breve) il nucleare e la bomba atomica. 
La Apple e l'energia nucleare, due prodotti nati dalla mente di due visionari dell'ultimo secolo. Voi vi chiederete cosa abbiano a che fare Fermi, con la sua scoperta della fissione del nucleare che ha permesso lo sviluppo dell'economia moderna ma che in mano ad uomini non esattamente coscienziosi, ha dato esiti catastrofici; e Steve, che crea il computer di ultima generazione, il tablet che sostituisce i giornali, e lo smartphone che ci permette di essere in grado di stare al passo con i tempi in ogni secondo della nostra giornata, il tutto racchiuso in un design a dir poco funzionale e bellissimo?

non lo so vi dico io, pero' come ho saputo della sua morte mi e' venuto in mente lui, Enrico fermi, anche lui morto a poco più di 50 anni e anche lui di cancro.. e ora direte, cancro e morti premature, capirai.. praticamente il male dei nostri tempi, non e' poi una coincidenza così originale, ed avete ragione, io pero' non e' della loro morte che voglio scrivere, ma della loro vita.

Questo e' un curioso paradosso che li accomuna: entrambi iscritti alle loro prestigiosissime università (Fermi la normale di Pisa e Jobs il Reed College di Portland) fallirono come studenti, ma poi, arrivati alle loro grandi scoperte da autodidatti finirono per apportare un contributo sostanziale proprio al sistema universitario. Prima di Fermi infatti, non esisteva un dipartimento di fisica teorica, la sua intuizione sul neutrino, ha fatto si che lo studio teorico della fisica divenisse una vera e propria scienza e che l'università (a quei tempi più o meno ferma alle riforme del 1200) contemplasse fra i suoi corsi uno nuovo, alla cui cattedra fu chiamato proprio lui stesso; e Jobs dal canto suo, con l'attuazione del primo personal computer, ha dato il via anche lui ad una nuova scienza quella informatica, con corsi universitari di ingegneria, di programmazione, di grafica e di web.

Entrambi poi, hanno cambiato il corso della storia mondiale dell'ultimo secolo. Fermi ha dato il via alla codificazione di una energia primaria sconosciuta prima di lui, quella nucleare ed ha contribuito assieme ad Oppenheimer al progetto Manhattan, che nell'America della seconda guerra mondiale, porto' alla realizzazione della prima bomba atomica; Jobs ha aperto le porte ad un nuovo settore dell'attività produttiva: il settore terziario avanzato cioè, prima c'erano 3 settori, ora c'e' ne sono 3 ma con una distinzione, prima e dopo Jobs, con le imprese di servizio ad alto valore aggiunto e tecnologico (appartengono al terziario avanzato le aziende di telecomunicazioni, le aziende informatiche, le aziende new media e i servizi di consulenza e di elaborazione informazioni).. 


Enrico Fermi e Steve Jobs, LA Seconda Guerra Mondiale e Silicon Valley, La Bomba Atomica e La Apple, e poi Il Cancro... infondo se ci pensate bene, cos'altro scrivereste di altrettanto rimarchevole sul necrologio di questo nostro ultimo secolo??






Entrambi erano uomini straordinari, che hanno vissuto tutti i giorni amando il loro lavoro e la loro vita, e se il cancro ha sconfitto persino loro, be' oggi, più' che al tempo di Lorenzo De'Medici, per noi rimasti qui sulla terra "del domani non c'e' certezza".


A Steve Jobs


love, Valentina.





martedì, ottobre 04, 2011

L'algoritmo del Provolone filosofale.

Concedetemi la licenza poetica del titolo, sono una grande fan di "the Big Bang Theory" (per inciso, la sit-com americana non la teoria della fisica!)
Voglio raccontarvi una vicenda successa questa mattina che mi ha colpito e fatto riflettere molto. Si tratta di una esperienza illuminante sull'antropologia sociale, ma detta così sembra una roba noiosa e retorica, leggete quanto segue, non e' altro che una comunissima esperienza al supermercato waitrose di St.Katherine Docks nell'East London.
Stamattina verso le 8 la grande "nonna noi" alias Loredana, mi ha mandato per mail la sua ricetta del ciambellone salato; appuntandomi gli ingredienti da comprare (mentre vi scrivo la torta salata sta riposando per lievitare prima di essere infornata) fra questi, c'era il Provolone. Ora, a voi non sembrerà niente di trascendentale, in Italia tutti lo conosciamo, se non altro per le pubblicità' ambigue e il nome simbolico, ma quando capita di doverlo cercare in Inghilterra non e' cosa facile. E qui inizia la mia esperienza antropologico/culturale. Vado al banco dei formaggi, li un commesso (giovanissimo, biondo e dalla carnagione rosa, tipica degli inglesi adolescenti, a loro lo scombussolamento ormonale sfocia in un colorito da maialini) mi fa ripetere il nome 3 volte prima di confessare che non l'ha mai sentito, mi indirizza ad una sua collega più anziana e donna (anche qui ancora le donne sono supervisori dell'arte culinaria) la quale, dopo qualche secondo di attenta riflessione alla mia domanda _I'm looking for an italian cheese called Provolone_ (sto cercando un formaggio italiano chiamato provolone), mi sussurra di non avere idea di cosa possa essere ma, sempre sussurrando, mi strizza l'occhio e mi fa _ti chiamo subito la specialista dei formaggi_  poi mi chiede se nel frattempo ho bisogno di qualcos'altro, io subito approfitto dicendo di si e lei esce dal bancone per accompagnarmi a trovare il lievito di birra e la farina per il pane.

Arrivate di fronte alla corsia dei dried food, prendiamo il lievito che di birra non era, ma lei mi legge accuratamente il modo d'uso stampato sulle confezioni di 4 lieviti diversi così decidiamo insieme quello che fa più a caso mio, e lo metto nel carrello non senza prima aver vagliato fra le decine di farine quella che lei mi consiglia per la mia "prosciutto and cheese pie" come la chiamano loro. Finita questa lezione di grande professionalita' e umanità dolcissima, mi accompagna da quella che sarebbe stata poi una illuminazione sullo spirito british polite, che poi e' la causa di questo elogio all' Inghilterra e agli inglesi.

Tornate di nuovo al banco dei formaggi, dietro al vetro c'e' lei, questa piccola e rotonda sosia, ma sosia sul serio, della professoressa Mcgranitt (per gli appassionati di Harry Potter ho detto tutto, per chi ancora non l'abbia visto e non conosca l'attrice dietro al ruolo della professoressa Minerva, Maggie Smith, dico solo che e' il viso più inglese che possiate immaginare, incarna perfettamente le caratteristiche confortevoli e insieme formali della british culture, e vi dico anche fate in modo di vedere harry potter e' un capolavoro dei nostri tempi!). Allora, dicevamo La professoressa Minerva Mcgranitt, che al waitrose dietro al banco dei formaggi si chiama Mary, ascolta la mia richiesta con l'espressione di quando coglie Harry e Ron in giro per Hogwarts dopo l'ora del coprifuoco, e, sempre dopo qualche secondo di attenta ricapitolazione mentale del suo ventaglio di formaggi inglesi ed internazionali conosciuti, mi fa _it doesn't ring any bell to me_ (un modo di dire inglese che significa più o meno: non mi fa accendere nessuna lampadina.. so british!) dopodiché sempre assorta nella sua ricerca del suo atlante mentale dei formaggi,  molto discretamente mi chiede di poter vedere il quaderno che tenevo in mano con la ricetta (e li le ho quasi sfiorato la mano... alla professoressa Mcgranitt!!!), insomma, lo guarda, cerca di leggere Provolone in quella massa informe di graffiti che e' la mia calligrafia (per di più in italiano), lo legge, lo ripete un paio di volte guardando dritto a se e, stringendo le palpebre, niente, non le sovviene niente, mi chiede quindi cosa devo farci ed io le balbetto emozionata _a prosciutto and cheese pie_ (torta salata, tipica qui). Dopo aver chiesto alla ragazza dei formaggi preincartati se per caso a lei le arriva un certo _provolone_ e aver ricevuto un ennesimo _I don t know_ cosa fa? mi dice di aspettare li, svelta si reca in magazzino e ne esce con in mano un vero atlante in carta e inchiostro con il nome di tutti i formaggi esistenti sulla terra, e li, fra un formaggio francese e uno scozzese, troviamo la voce "provolone", pero' con disagio realizza che oltre alla sua etimologia ed una escursione storico/geografica non ci sono consigli sulla sua composizione.
A quel punto avevo capito, la sua idea era vagliare fra le sue conoscenze ciò' che sarebbe potuto essere il corrispettivo inglese del Provolone, ma non aveva ancora abbastanza elementi per azzardare un nome.

Assolutamente non contenta anzi disappointed (delusa) di non essermi potuta essere d'aiuto, con fare imperterrito si toglie il grembiule e mi ordina, di seguirla... E secondo voi io che cosa ho fatto? a testa bassa, in segno di riverenza, come Ermione quando la segue nell'ufficio di Silente, e, mantenendo sempre una distanza di rispetto come suole in caso di personalità' autorevoli, la seguo fino all'ufficio del principale. Li, Mary chiama 4 diverse sedi del waitrose sparse per Londra, (chiedendomi per ben 2 volte scusa per l'attesa _I apologize for waiting_ diceva, ma figuratevi a me cosa poteva importarmi del tempo che passava, stavo vivendo un lezione magnifica di tenace impegno, viva professionalita' e genuina perpetrazione, per di più da Minerva Mcgranitt.. sarei rimasta con lei tutta la vita!) fino a quando, il quarto rarissimo e visionario esperto di formaggi contattato, conosce effettivamente il Provolone il suo parere poteva finalmente essere degno di credito, per suggerirmi un nome di formaggio presente in negozio. Ci siamo, Mary sta finalmente sorridendo mentre ringrazia il saggio formaggiere, di chissà quale supermercato a chissa' quanti km lontano da noi, e si rivolge a me accennando un sorriso di una dolcezza che solo quella sincera di una nonna può' essere, e dice _Come, I can Help you_ (Vieni, posso aiutarti)! Mi accompagna al suo banco dietro cui, piccola piccola ma grande ai miei occhi, mi consiglia due formaggi fra le decine e decine che ha sotto il suo mezzo busto, ma, azzarda una lieve preferenza verso uno dei due che naturalmente sarà' il mio prescelto.

Gli inglesi a questo punto esclamerebbero _what the fuck ..._ e lo dico anch'io, ho assistito ad una lezione indimenticabile, da una personcina indelebile, con un fare indiscutibilmente giusto, adeguato, oltremodo gentile, e di una umanità squisitamente contenuta. Di sicuro ora so che cosa vuol dire English politeness e guai a chi se ne fa scherno o lo usa in modo improprio!



La Professoressa Minerva Mcgranitt che al waitrose di St. Katherine Docks dietro al banco dei formaggi si chiama Mary, ed oggi e' stata più che una professoressa, e' stata maestra di vita!


P.S. la torta la inforno ora e la porto dritta dritta a Mary!

love, Valentina.


lunedì, ottobre 03, 2011

Il Talento

Il talento. Dicono che tutti ne abbiamo uno, dicono di non smettere mai di credere nei sogni che prima o poi si realizzano, devi solo essere forte e costante, dicono. Io per ora, non credo di aver scoperto quale sia il mio talento, ci sono una o due cose in cui potrei essere considerata capace, (e solo da chi mi vuole bene, a dire la verita') ma non posso dire di aver trovato quello in cui eccello, che mi fa volare sulle ali del dono naturale ed arrivare a raggiungere le mie realizzazioni terrene con un battito di ciglia, perché, e' il mio talento, mi viene naturale, ce l'ho dentro... be' no, quello non l'ho ancora trovato. Prendiamo per esempio 2 a caso fra i miei super talentuosi preferiti, Rafael Nadal e Wolfgang Mozart. Stando a quello che dicono, se ognuno di noi ha un talento e, ogni talento ha un'importanza uguale agli altri, questi sono esempi di persone di indiscusso talento che perseveranti, hanno realizzato i propri sogni, in maniera esimia. Geni indiscussi, forse più' che persone di talento, ma non interessa al fine della mia indagine, quello che voglio scrutare e' come si fa a capire in cosa si e' eccelle, (che poi uno sia un fuoriclasse, un genio, quello viene dopo, e' un'altra storia). Ora, come hanno fatto? perché' io no? dunque, analizzo il loro percorso: Il compositore e il tennista, dicevamo,  prima di tutto hanno scoperto la loro attitudine da bambini, quando la maggior parte degli altri bambini intorno a loro pensava piu' che altro ad imparare a fare la pipi nel vasetto, o a cos'altro servissero le dita se non ad infilarsele nel naso, Mozart a 4 anni già' componeva e Rafael, il più giovane giocatore di tennis ad entrare nella classifica dei primi cento, a 5 anni si allenava dietro casa con lo zio Tony... Mi chiedo, perché a me il talento non mi e' uscito dalle mani come a baby Mozart di fronte ad un pianoforte a cui, immagino a 5 anni nemmeno ci arrivasse da solo?? Perché' mio zio si limitava a mettermi seduta sopra le sue spalle invece di darmi una racchetta ed insegnarmi a girare il bacino tenendolo in linea con la spalla ed avere sempre il polso fermo quando colpivo la pallina gialla?? molto probabilmente perché' se a casa avessi avuto un pianoforte lo avrei utilizzato per sedermici sotto e crearmi una sorta di cuccia, come un cagnolino, o perché' se vedevo una pallina gialla a 4 anni, io mi sarei limitata a mettermela in bocca, sempre come un cagnolino più' che come una bambina prodigio. Quindi, ok, non sono un prodigio, sono una di quelle migliaia di persone che Mozart se lo ascoltano a casa sprofondate sul divano, percependo un millesimo della grandezza delle sue composizioni, e che Nadal se lo vedono su sky, muovendo la testa a destra e sinistra per intere mezzore come ipnotizzati dalla sua pallina gialla. Una persona normale, quindi come tante, si va bene, ma il mio talento, Qual'e'?? non venitemi a dire che l'epifania arriva intorno ai 19 anni quando si e' di fronte alla scelta dell' università, quando scegli se sei più portato per la matematica o per le scienze del benessere (esiste, sul serio, a Campobasso), perché ho fatto più' casini io cercando il mio talento nelle università' sbagliate, di quanti match point abbia vinto Nadal in tutta la sua carriera. Mentre i miei coetanei perseguivano i loro talenti, (molto più modesti dei due celeberrimi esempi, ma pur sempre i loro talenti) da avvocati o letterati o artisti, io ero li a provare tutte le possibilità' esistenti con fare di un bambino che si e' perso e cerca la sua casa natale bussando a tutte le porte con un sorrisone stampato in faccia, ma poi entrando, vede che non c'e' niente di familiare così si gira non sorridendo più e chiude la porta.. non perde la speranza, pero, gli torna il sorriso non appena vede un' altra porta conosciuta e ricomincia la litania di nuovo. L'esito e' sempre lo stesso, porta chiusa alle spalle, occhi e cuore aperto ad ogni minimo segnale di familiarità che si trova di fronte. Perché io ci credo, eccome se ci credo, nonostante le porte aperte e poi chiuse, nonostante il tardare dell'epifania, io ci credo, credo di poter un giorno, riuscire a scovare il mio talento, che probabilmente si sta prendendo gioco di me nascondendosi sotto un pianoforte di chissa' quale casa o correndo veloce come una pallina da tennis di fronte ai miei occhi, perché' probabilmente il punto e' questo, non quale sia il nostro talento, ma quanto siamo bravi a scovarlo.













love, Valentina
 
 
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